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Il mestiere dell'arte per lo sviluppo e la legalità - Donatella Romeo - Direttore

L'Italia, vista con gli occhi del mondo, resta il Paese della grande bellezza e del caos creativo, ma noi che ne siamo i custodi non ne abbiamo consapevolezza. Eppure la bellezza, nel suo significato più profondo, richiama i concetti di tolleranza ed educazione, elementi fondamentali per lo sviluppo economico e culturale, da cui discende la qualità della vita.
Il basso livello sostanziale dell’istruzione determina che in Italia il 76% dei cittadini abbia difficoltà a comprendere un semplice testo nella nostra lingua. Immaginiamoci quali possano essere le conseguenze sul piano della crescita economica e democratica.
Con queste premesse come si può apprezzare un quadro di Mattia Preti, un decollage di Mimmo Rotella, un’opera musicale di Francesco Cilea, una poesia di Lorenzo Calogero, un romanzo di Corrado Alvaro? E ancora, come lasciarsi ispirare da Pitagora, Tommaso Campanella, Giacchino da Fiore, Luigi Lilio, Bernardino Telesio, Rino Gaetano?

Viviamo una stagione triste nella quale prevale una visione basica, che riduce le analisi ai minimi termini fermandosi alle apparenze e rendendo le riflessioni aride, sterili.

Anche negli osservatori più attenti è forte la tentazione di abbandono verso un approccio esclusivamente razionale del mondo e della sua evoluzione, si continuano a delineare scenari, puntualmente smentiti dai fatti, rifiutando l’idea che i cambiamenti epocali dell’umanità siano stati determinati da “cigni neri”.

Fortunatamente la lunga crisi di questi anni sta spingendo molti a cambiare prospettiva, facendo comprendere che il futuro in Italia riparte dal passato. Non a caso uno dei più importanti costituzionalisti italiani, Michele Ainis, insieme al critico d’arte Vittorio Sgarbi, hanno avanzato la proposta di riconoscere la bellezza nella Costituzione italiana come simbolo dell’identità nazionale.

E a confermare l’importanza della bellezza per la crescita italiana non a caso è uno dei più grandi economisti del Novecento, John Kenneth Galbraith che già nel 1983 scriveva: “L’Italia, partita da un Dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e della ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, né infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

In questo contesto nel quale tutto sta cambiando e nessuno sa dove stiamo andando, l’Italia ha la fortuna di avere una stella polare da seguire.

Basti ricordare alcune battute celebri per capire cosa può essere il genio italico: In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.[cit. Harry Lime (Orson Welles) a Joseph Cotten]. In questo mondo più incerto, più veloce, più imprevedibile, l’unica risposta vera è l’adattabilità, la capacità di mettere in atto rapidamente soluzioni che, solo poco tempo prima, non si erano neppure immaginate. Tutto questo chiama ingioco una competenza, un’attitudine fondamentale: la capacità di far succedere le cose.
Chi ha la responsabilità, tecnica o politica, di amministrare la cosa pubblica, di gestire beni comuni dovrebbe avere innanzi tutto l’ossessione di provocare cambiamenti, di far succedere le cose.

Ovviamente, poiché siamo nati per progredire, le cose che servono, raramente coincidono con quelle più popolari e di facile consenso e ancora più raramente con quelle più semplici da ottenere. Ci vuole un grande senso di responsabilità, un senso etico del ruolo e tanto coraggio, costanza e determinazione.  Il momento di transizione che sta attraversando il sistema camerale non può essere un alibi per una visione asfittica e di corto respiro, che finisce inevitabilmente per confermare la severa e, per tanti versi, cieca politica di ridimensionamento. È per questo che a Vibo Valentia ci siamo interrogati su quale dovesse essere il ruolo della Camera di Commercio in questo momento di profonda trasformazione economica, sociale, politica, etica.

La risposta per noi è da sempre la stessa: ripartire dal territorio per valorizzare tutte le risorse, nessuna esclusa.
Abbiamo creduto che il Valentianum, l’edificio storico dove si trova la nostra sede, potesse diventare un luogo di creatività per artisti e artigiani vibonesi e calabresi, italiani ed europei, ed abbiamo voluto offrire un luogo, nel quale creare cultura e approfondire il mestiere più prezioso ed esclusivo: quello dell’arte.

C’è un termine che suona strano quando viene applicato alle istituzioni: imprenditorialità. Ma è proprio questo che la Camera di Vibo Valentia ha inteso fare, assumendo il rischio e la responsabilità di fare scoccare le scintille dell’inevitabile cambiamento.
Non può esserci nessun cambiamento delle istituzioni solo attraverso la modifica di norme e regolamenti senza coinvolgere, formare e credere nelle persone che sono quelle che poi devono rendere queste riforme utili per cittadini ed imprese.
Seguendo tenacemente questa impostazione, la Camera di Commercio di Vibo Valentia negli ultimi otto anni ha cercato di “far accadere le cose”.
Infatti, siamo riusciti a ottenere il riconoscimento della nostra prestigiosa e preziosa raccolta artistica all’interno del sistema del polo museale della Calabria, ed abbiamo creato una piccola Silicon Valley della cultura contemporanea. Un risultato talmente importante che per essere compreso richiede che l’interlocutore abbia la mente libera ed una visione ampia del ruolo istituzionale delle Camera di Commercio.

Quando, nel pieno del secondo conflitto mondiale, mentre Londra era sotto una pioggia di bombe nemiche, chiesero a Winston Churchill di tagliare i fondi destinati all’arte per sostenere lo sforzo bellico, egli rispose: <<e allora per che cosa combattiamo?>>.

Sì è spesso discusso del rapporto fra arte e impresa, riducendolo nel passato al mecenatismo, la cui importanza è stata strategica per realizzare i grandi capolavori e la tanta bellezza che ci circonda. Poco o niente, invece, si è detto sull’influenza verticale che l’arte, intesa come capacità soggettiva di creazione, può avere nella vita di enti pubblici dedicati alle imprese, quali sono le Camera di Commercio.
Una visione limitata della cultura la vuole destinata ad un piccola élite; ma i numeri raccontano un’altra storia. Il sistema produttivo culturale è ampio e comprende oltre al patrimonio storico-artistico, le industrie culturali, creative e le performing arts e arti visive. Un insieme che vale il 5,5% dell’economia nazionale con oltre quattrocento mila imprese e circa un milione e mezzo di occupati, per un terzo giovani. Uno dei pochi settori a far registrare una bilancia dei pagamenti positiva. I prodotti dell’industria culturale rappresentano il 10% delle nostre esportazioni. Ed è proprio in questi settori che si aprono nuovi spazi lavorativi per nuove professionalità.
In questa ottica, assume un valore emblematico l’azione in direzione ostinata e contraria di una Camera di Commercio come quella di Vibo Valentia che riesce a cogliere queste vivacità, creando luoghi di incontro e occasioni di crescita imprenditoriale e culturale.

Partendo dal Premio “Limen arte” abbiamo deciso di andare oltre, raccogliendo nei nostri splendidi uffici le oltre 250 opere premiate e ricevute in dono nel corso delle varie edizioni. Per questo abbiamo deciso di realizzare un catalogo che raccogliesse il frutto di questi anni.
L’intento è soprattutto quello di esercitare una funzione pedagogica verso i nostri giovani, affinché la cultura della bellezza sia recepita nel suo significato autentico di armonia e di comprensione, per sconfiggere la malapianta della criminalità e promuovere il coraggio dell’impresa, che crea valore per sè e per gli altri.
Questa per noi è la sfida più importante, lo scopo che ha il dovere di compiere ogni pubblica amministrazione, degna di questo nome e consapevole della propria alta funzione.

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